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I
forum di Nigrizia / Dove va il commercio equo e
solidale?
A
innescare il tutto, una
lettera in cui il missionario si dice «perplesso compagno di
viaggio» del commercio equo e solidale (Ces) e avanza queste
critiche. Mentre aumentano i prodotti Ces in vendita nella grande
distribuzione, non c’è nei supermercati un contestuale sforzo
d’informazione ai consumatori. La dimensione politica è fiacca. Le
“Botteghe del mondo” dovrebbero essere, prima di tutto, piccole
comunità dove si celebra la gioia dell’incontro, anche
interculturale e interreligioso, e i luoghi dove la gente impara a
essere più sobria ed essenziale, a consumare di meno. In bottega si
tende al lavoro retribuito, con il rischio che vada perduta la
dimensione del volontariato. Ci sono pochi prodotti africani nel
Ces: perché non s’investe di più in Africa? Si fa fatica a lavorare
insieme e in rete. Il Ces deve lavorare con le forze critiche
presenti sul territorio e contribuire a creare spazi economici
locali autosufficienti. Bisogna far decollare il Ces anche nel
meridione d’Italia.
Giorgio
Dal Fiume,
presidente del consorzio Ctm
Altromercato. «La lettera ci ha provocato disagio, perché ci
sono elementi che non collimano con la nostra esperienza. Certo,
l’obiettivo ultimo del Ces è il cambiamento sociale. Ci crediamo. Ma
non si può prescindere dal nostro specifico, che è l’attività
economica. Siamo economia alternativa, sociale, funzionale al
cambiamento, ma sempre economia. Per dirla con uno slogan: vogliamo
cambiare il mondo attraverso il commercio. Noi, Ctm, non siamo
un’ong, un’associazione: siamo impresa e lo rivendichiamo con gioia,
perché così esplicitiamo – pur con contraddizioni e limiti – il
nostro essere alternativi e la possibilità che l’economia sia al
servizio della collettività. Se non si coglie questo aspetto del
Ces, si tirano delle conclusioni affrettate, che non tengono conto
del dibattito interno.
Prendiamo
il volontariato. Dati oggettivi dicono che l’aumento
dell’occupazione nel Ces non è a discapito del volontariato. C’è
ovviamente il rischio, ma non è quello che sta capitando nelle
nostre botteghe: le più grandi e con più dipendenti – Trento,
Milano, Treviso, Genova – sono quelle che hanno più volontari. Dico
di più: per noi, produrre occupazione anche qui e uscire dalla
precarietà è un obiettivo politico importantissimo. Le botteghe si
sostengono in quanto sistemi misti, capaci di competenze permanenti.
E poi, senza una struttura seria, i produttori del sud del mondo
sono abbandonati a loro stessi. Non a caso, uno dei criteri di base
del Ces – la relazione di lungo rapporto con i produttori –
necessita di una continuità che comporta anche capacità
organizzative.
Quanto
allo sforzo politico: non è vero che in Italia sia in calo. Al
vertice Wto di Hong Kong, lo scorso dicembre, c’è stato un documento
ufficiale di tutte le reti mondiali del Ces e c’era una folta
delegazione di produttori. Questo significa qualcosa... Nella nostra
esperienza, alla crescita delle strutture ha corrisposto una
crescita dell’attività politica. È vero che il contesto in Italia –
il cosiddetto movimento – è in una fase di stanca per mille motivi.
Vero anche che il Ces nel nord Europa ha un’anima fredda,
estremamente commerciale, diffidente delle contaminazioni con la
politica: anima che noi critichiamo; rivendicando un’anima sociale,
che le Botteghe del mondo custodiscono.
L’Africa
rappresenta bene i nostri limiti, anche di applicabilità di criteri
equo-solidali pensati in Europa. È necessario investire di più e
ripensare un poco il nostro modello. Non abbiamo ancora risposte,
però sappiamo che la crisi del Ces in Africa è generalizzata e, per
questo, ancor più significativa».
Adriano
Poletti, presidente Transfair Italia.
«Ho trovato nella lettera di Zanotelli una certa carenza di
conoscenza di quello che accade. È proprio diffondendo il più
possibile il Ces che noi resistiamo al sistema. Oggi è il sistema
che ci resiste: il Ces rappresenta lo 0,1% del commercio mondiale.
Ne deduco che dobbiamo lavorare per creare un’alternativa dentro il
sistema, dentro il mercato, dentro le abitudini di consumo. Siamo
uno dei tanti strumenti per il cambiamento sociale. E dobbiamo
pesare di più.
Nessuna
organizzazione Ces ha mai detto che bisogna consumare di più. Come
Transfair, lavoriamo per spostare i consumi e per qualificarli, non
per aumentarli. Lavoriamo per introdurre in modo massiccio, anche
attraverso la formazione, i prodotti Ces nelle mense scolastiche e
delle pubbliche amministrazioni.
Visto
che ci sono milioni di consumatori che non possono frequentare
fisicamente le Botteghe del mondo, utilizziamo il supermercato per
far conoscere il sistema Ces. Certo, la sfida è: in che modo fai
scattare il meccanismo dell’informazione? Su questo, credo che una
grande intesa tra i marchi di certificazione e le organizzazioni del
Ces ci porterebbe molto lontano.
Noi,
da due anni, coinvolgiamo le catene della grande distribuzione, non
solo Coop (con la quale c’è un rapporto più progettuale: si discute,
si fa formazione), proponendo una settimana del Ces in cui si
diffondono materiali e si fa capire alla gente la valenza del
prodotto. Non lo facciamo 365 giorni l’anno, sia perché non siamo
abbastanza forti, sia perché non riusciamo a instaurare un rapporto
giusto. Però ci proviamo. Voglio dire che il problema c’è e non ci
sfugge.
Nel
frattempo, il mondo Ces è impegnato perché in Italia nasca una legge
che tuteli la dicitura “commercio equo e solidale” e permetta di
lavorare meglio con le istituzioni locali, sui territori, anche dal
punto di vista fiscale.
Infine,
anche i marchi di certificazione non dimenticano l’azione politica.
Sul caso del prodotto Nestlé certificato Transfair, ci siamo mossi e
abbiamo posto il problema a livello europeo, firmando un documento
con Assobotteghe e con Agices. Abbiamo posto la questione, finora
inascoltata, di darci delle direttive comuni sul rapporto con le
multinazionali. Comunque, quello della Nestlé è l’unico caso dove
appare il marchio Transfair sul prodotto di una
multinazionale».
Andrea
Reina, presidente Associazione Botteghe del mondo.
«Ci prendiamo la responsabilità di aver diffuso la lettera di padre
Zanotelli, anche per stimolare momenti di confronto. Questo forum è
già un risultato.
Osservo
che, se la bottega è ancora un luogo dove si è capaci di far festa,
di incontrare le persone, di essere lievito del territorio, allora
tutto quello che è stato detto finora viene di conseguenza. Se il
volontariato è l’anima della bottega, allora si fa educazione, la
gente impara che si può consumare in modo differente e di meno. Se
le botteghe sono solo strumenti d’impresa, magari funzionali, salta
il legame con il tessuto sociale.
Ci
sono grandi potenzialità, tanto che alcune botteghe lavorano bene
anche con l’Africa: in Ruanda, Madagascar e Kenya. E questo, perché
c’è un approccio più attento alle esigenze delle comunità africane e
i progetti funzionano. Le botteghe devono fare un salto di qualità,
capire qual è la loro specificità, senza perdersi in diatribe
interne. Il loro ruolo è forte quando si cercano soluzioni a
problemi concreti (nuovi modi di avvicinare il cliente, ricerca di
nuovi prodotti). Le botteghe hanno ancora molto da dire e da fare, a
patto che imparino a lavorare in rete e a creare rapporti più
precisi sul territorio.
Voglio
aggiungere un’osservazione sulla nostra base sociale, ampia e in
crescita: tante piccole botteghe si associano, qualche grande
bottega si dissocia. Chi si allontana afferma di non condividere più
il percorso di Assobotteghe o di non aver più tempo per farlo. È un
errore: confrontiamoci duramente, ma restiamo
uniti».
Stefano
Martini, direttore sviluppo progetti di Commercio
Alternativo.
«Il Ces viene declinato in varie forme: dalla grande distribuzione
organizzata (Gdo) alla centrale d’importazione, dalla piccola
bottega al prodotto Transfair in un supermercato. Noi, pur dell’ala
più militante, pensiamo che non ci si debba sottrarre al confronto
con la Gdo. Non c’è dubbio che “fare politica” con i supermercati è
difficile, però non dobbiamo tirarci indietro. Con Coop abbiamo
progetti comuni, che possono generare importanti risorse a vantaggio
del Ces.
Il
Ces dipende da un atto di acquisto che genera le risorse necessarie
a far camminare la struttura. Questo contrasta con la sobrietà, che
rimane un valore. Di certo, noi spingiamo all’acquisto di cose
utili, legate a progetti di solidarietà e a precise realtà
produttive.
Le
Botteghe del mondo sono luoghi di relazione. Però bisogna dare la
libertà a ogni bottega di sviluppare un proprio modo di essere. Il
volontariato c’è, ma, se impieghi delle persone, devi dar loro delle
sicurezze. Non si può fare del precariato una
regola.
Per
l’Africa si fa il possibile. Ma ci muoviamo nei limiti del mercato.
Ci stiamo allargando, ma non possiamo dare risposte a tutti. Quanto
all’essere spazio economico locale alternativo, sicuramente a
Ferrara siamo collegati con molte realtà: crediamo che sia la
strada; investiamo, ma ci vuole tempo e bisogna fare i passi giusti
per stare in piedi dal punto di vista
economico-organizzativo».
Diego
De Simone, direttivo Assemblea generale italiana del commercio equo
e solidale (Agices),
che aggrega oltre un centinaio di realtà (la maggior parte botteghe)
e dieci importatori.
«Abbiamo
messo a punto una procedura, attiva a breve, per la Gdo. Prevede che
i soci che hanno rapporti con la Gdo comunichino ad Agices quello
che fanno e con quali obiettivi. Non mettiamo paletti, ma vogliamo
trasparenza. Siano attenti al ruolo politico del Ces: per essere
nostri soci bisogna essere associazione non profit e dimostrare di
fare attività di informazione-formazione. Il volontariato è nel
nostro statuto. E, comunque, con il lavoro retribuito non è
diminuito il volontariato; al contrario: si riesce ad aggregare
sempre più volontari, che hanno anche più tempo per elaborare
strategie e coinvolgere il territorio».
Zanotelli.
«È importante guardarsi in faccia e parlarsi. Grazie dei vostri
rilievi. Ma insisto. Anche perché la lettera è nata dal confronto
con delle botteghe e da ciò che vedo girando l’Italia. Può essere
vero che scalfiamo il sistema attraverso l’attività economica. Ciò
non toglie che rischiamo di essere assorbiti, di essere un
ininfluente fiore all’occhiello. Per me, dalle piccole botteghe, dal
basso, contestiamo di più il sistema. E, comunque, ho l’impressione
che, se potenziamo il Ces nei supermercati, ci saltano le
botteghe... Ripeto: la dimensione politica è meno sentita ed è
urgente un maggior impegno sul territorio. Il Ces dovrebbe
permettere ai soggetti locali di aggregarsi e di costituirsi come
spazio economico alternativo. Esempio: perché non aggregare le
cooperative di mons. Bregantini, nella Locride, e aprire una solida
bottega da quelle parti?».
Dal
Fiume.
«D’accordo. Frequentiamoci di più. I temi che padre Zanotelli ha
toccato sono nostro pane quotidiano da dieci
anni.
Riassumendo.
Oggi la Gdo distribuisce il 50% dei prodotti Ces. Ma non dipende da
un nostro investimento: se li va a prendere direttamente dai
produttori o da Transfair, oppure si fa un proprio marchio. Dunque,
l’aumento dei prodotti Ces nella Gdo, comunque lo si giudichi, non
può essere imputato alla nostra azione diretta. Da anni stiamo
discutendo se e come rapportarci alla Gdo: c’è chi ha elaborato dei
criteri – cioè, vende alla Gdo solo a certe condizioni –, c’è chi
non vende mai, e c’è chi vende sempre.
La
Gdo venderà sempre di più prodotti Ces. In Emilia Romagna ci sono
800.000 soci Coop che, ogni mese, ricevono a casa pagine e pagine
sul Ces. Questi sono i numeri. Se sono bene o male, si vedrà. Noi
abbiamo scelto di collaborare. Il fatto che una parte della Gdo
abbia preferito la banana Ces a quella Del Monte non sarà la
rivoluzione, ma qualche cosa vorrà dire. Non credo che il sistema ci
stia mangiando per questo. In Italia le botteghe sono la base del
Ces, nel resto d’Europa e nel mondo no. Ctm ha nello statuto
l’obbligo di vendere almeno il 51% alle botteghe e, ogni anno,
investiamo milioni di euro nella loro promozione. Il governo di Ctm
è espresso dalle botteghe del mondo: supportarle significa anche
capirne i problemi, i limiti e il tipo di servizi da dare.
Non
conosco botteghe che non siano comunità e che non facciano attività
d’informazione ed educazione. Il Ctm ha una rete di 70 responsabili
di educazione, coordinata da 6 persone pagate a tempo parziale.
Investiamo soldi e tempo. Ci sono però tante botteghe in difficoltà,
che domani rischiano di chiudere o di essere ancora più fragili. Il
Ces non necessariamente deve vivere sulle botteghe, e non è escluso
che una parte del nostro mondo abbia delle crisi, non solo
economiche ma anche di ricambio. La sostenibilità e i fatturati sono
un segno di quanto riusciamo a essere pervasivi e a garantirci il
futuro».
Martini.
«La nostra base di lavoro sono le botteghe, da cui generiamo l’80%
del nostro fatturato e con cui ci poniamo sempre in una relazione di
partnership aperta per sviluppare l’attività. L’ottica locale è
fondamentale. Al nord come al sud d’Italia. A Ferrara siamo
collegati con associazioni e amministrazioni locali. Se non diamo
contributi sui grandi temi politici, forse è perché ci sentiamo un
po’ impotenti di fronte a questioni così
vaste...».
Poletti.
«Negli ultimi tre anni l’attività di Transfair è quadruplicata. Il
nostro lavoro con la Gdo non penalizza le botteghe, che, in cinque
anni, sono passate da 300 a più di 500. Non trovo contraddizione tra
il lavorare per far conoscere i prodotti Ces e il lavoro nei
territori o la crescita delle botteghe nel sud dell’Italia. Ho qui
la lettera che padre Zanotelli scrisse quando decise di uscire dal
direttivo di Transfair, il 15 giugno 2001.
Citando
Serge Latouche, scriveva: “Il pericolo delle iniziative alternative
è di chiudersi in una fortezza che ha permesso loro di nascere e di
svilupparsi, invece di lavorare alla costruzione e al rafforzamento
della mission. Che cosa
s’intende per mission?
Non un’oasi conviviale nel deserto del mercato mondiale, ma un
organismo in crescita che fa arretrare il deserto”. Se noi vogliamo
essere quell’organismo, dobbiamo crescere sotto ogni punto di vista.
Domando a padre Zanotelli: perché questo è un
pericolo?».
Zanotelli.
«Riteniamo davvero che il Ces stia facendo arretrare il deserto? Si
tratta non solo di vendere, ma di diventare soggetti politici e di
aggregazione territoriale».
Dal
Fiume.
«Protagonismo politico e sostenibilità economica: così la bottega
potrà essere il fertilizzante locale.
Tantissime
botteghe fanno i gruppi acquisto solidale, turismo responsabile,
finanza etica, e hanno rapporto con le cooperative locali e il Forum
sociale. Ma la bottega, oltre un certo livello, fa fatica. Perché?
Perché il volontariato è questo; perché, se la bottega non sta in
piedi dal punto di vista economico, non si può nemmeno partecipare
al resto. Sostenibilità economica significa anche un minimo di
professionalità e di capacità organizzativa, oltre che identità
politica e sociale».
Reina.
«Una proposta: confrontiamoci, promoviamo uno studio sulla
sostenibilità e rendiamolo disponibile a tutti. Sarebbe un
contributo per far crescere le botteghe e per rafforzare il “modello
italiano”».
Approfondimenti:
Così
in Italia
Il
commercio equo e solidale (Ces), realtà non profit, è attivo in
Italia da una ventina d’anni. Una ricerca del giugno 2005, condotta
dalle Università Cattolica e Bicocca di Milano, riferisce di circa
350 soggetti tra cooperative e associazioni, dei quali una decina
sono importatori e il resto Botteghe del mondo. I negozi delle
botteghe sono circa 500, mentre i punti vendita di prodotti Ces,
compresi distribuzione tradizionale e supermercati, sono oltre
5.000.
Il
movimento è composto da circa 50.000 persone (intorno ai 250 i
dipendenti) e si stima che il fatturato annuo, assicurato in parte
maggiore dalle botteghe, sia di poco inferiore ai 100 milioni di
euro.
Il
Ces ha rapporti diretti con centinaia di organizzazioni di contadini
e artigiani in America Latina, Asia e Africa. Ha come riferimento le
piccole comunità, alle quali garantisce accesso al mercato per i
loro prodotti, accesso al credito, sviluppo locale e servizi,
costante scambio di competenze. Per saperne di più, carta dei
criteri sul sito di Agices.
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