Nigrizia  01/01/2006

Non siamo in vendita
Raffaello Zordan

Alle critiche di Alex Zanotelli sui rischi di farsi assorbire dal sistema, rispondono con puntiglio Ctm Altromercato, Transfair, Agices, Associazione Botteghe del mondo, Commercio Alternativo. Ne esce il ritratto di una realtà articolata e in crescita, consapevole dei propri limiti, che si confronta con la sostenibilità economica e che non sfugge al confronto politico.

I forum di Nigrizia / Dove va il commercio equo e solidale?

 

 

A innescare il tutto, una  lettera in cui il missionario si dice «perplesso compagno di viaggio» del commercio equo e solidale (Ces) e avanza queste critiche. Mentre aumentano i prodotti Ces in vendita nella grande distribuzione, non c’è nei supermercati un contestuale sforzo d’informazione ai consumatori. La dimensione politica è fiacca. Le “Botteghe del mondo” dovrebbero essere, prima di tutto, piccole comunità dove si celebra la gioia dell’incontro, anche interculturale e interreligioso, e i luoghi dove la gente impara a essere più sobria ed essenziale, a consumare di meno. In bottega si tende al lavoro retribuito, con il rischio che vada perduta la dimensione del volontariato. Ci sono pochi prodotti africani nel Ces: perché non s’investe di più in Africa? Si fa fatica a lavorare insieme e in rete. Il Ces deve lavorare con le forze critiche presenti sul territorio e contribuire a creare spazi economici locali autosufficienti. Bisogna far decollare il Ces anche nel meridione d’Italia.

 

Giorgio Dal Fiume, presidente del consorzio Ctm Altromercato. «La lettera ci ha provocato disagio, perché ci sono elementi che non collimano con la nostra esperienza. Certo, l’obiettivo ultimo del Ces è il cambiamento sociale. Ci crediamo. Ma non si può prescindere dal nostro specifico, che è l’attività economica. Siamo economia alternativa, sociale, funzionale al cambiamento, ma sempre economia. Per dirla con uno slogan: vogliamo cambiare il mondo attraverso il commercio. Noi, Ctm, non siamo un’ong, un’associazione: siamo impresa e lo rivendichiamo con gioia, perché così esplicitiamo – pur con contraddizioni e limiti – il nostro essere alternativi e la possibilità che l’economia sia al servizio della collettività. Se non si coglie questo aspetto del Ces, si tirano delle conclusioni affrettate, che non tengono conto del dibattito interno.

 

Prendiamo il volontariato. Dati oggettivi dicono che l’aumento dell’occupazione nel Ces non è a discapito del volontariato. C’è ovviamente il rischio, ma non è quello che sta capitando nelle nostre botteghe: le più grandi e con più dipendenti – Trento, Milano, Treviso, Genova – sono quelle che hanno più volontari. Dico di più: per noi, produrre occupazione anche qui e uscire dalla precarietà è un obiettivo politico importantissimo. Le botteghe si sostengono in quanto sistemi misti, capaci di competenze permanenti. E poi, senza una struttura seria, i produttori del sud del mondo sono abbandonati a loro stessi. Non a caso, uno dei criteri di base del Ces – la relazione di lungo rapporto con i produttori – necessita di una continuità che comporta anche capacità organizzative.

 

Quanto allo sforzo politico: non è vero che in Italia sia in calo. Al vertice Wto di Hong Kong, lo scorso dicembre, c’è stato un documento ufficiale di tutte le reti mondiali del Ces e c’era una folta delegazione di produttori. Questo significa qualcosa... Nella nostra esperienza, alla crescita delle strutture ha corrisposto una crescita dell’attività politica. È vero che il contesto in Italia – il cosiddetto movimento – è in una fase di stanca per mille motivi. Vero anche che il Ces nel nord Europa ha un’anima fredda, estremamente commerciale, diffidente delle contaminazioni con la politica: anima che noi critichiamo; rivendicando un’anima sociale, che le Botteghe del mondo custodiscono.

 

L’Africa rappresenta bene i nostri limiti, anche di applicabilità di criteri equo-solidali pensati in Europa. È necessario investire di più e ripensare un poco il nostro modello. Non abbiamo ancora risposte, però sappiamo che la crisi del Ces in Africa è generalizzata e, per questo, ancor più significativa».

 

Adriano Poletti, presidente Transfair Italia. «Ho trovato nella lettera di Zanotelli una certa carenza di conoscenza di quello che accade. È proprio diffondendo il più possibile il Ces che noi resistiamo al sistema. Oggi è il sistema che ci resiste: il Ces rappresenta lo 0,1% del commercio mondiale. Ne deduco che dobbiamo lavorare per creare un’alternativa dentro il sistema, dentro il mercato, dentro le abitudini di consumo. Siamo uno dei tanti strumenti per il cambiamento sociale. E dobbiamo pesare di più.

 

Nessuna organizzazione Ces ha mai detto che bisogna consumare di più. Come Transfair, lavoriamo per spostare i consumi e per qualificarli, non per aumentarli. Lavoriamo per introdurre in modo massiccio, anche attraverso la formazione, i prodotti Ces nelle mense scolastiche e delle pubbliche amministrazioni.

Visto che ci sono milioni di consumatori che non possono frequentare fisicamente le Botteghe del mondo, utilizziamo il supermercato per far conoscere il sistema Ces. Certo, la sfida è: in che modo fai scattare il meccanismo dell’informazione? Su questo, credo che una grande intesa tra i marchi di certificazione e le organizzazioni del Ces ci porterebbe molto lontano.

 

Noi, da due anni, coinvolgiamo le catene della grande distribuzione, non solo Coop (con la quale c’è un rapporto più progettuale: si discute, si fa formazione), proponendo una settimana del Ces in cui si diffondono materiali e si fa capire alla gente la valenza del prodotto. Non lo facciamo 365 giorni l’anno, sia perché non siamo abbastanza forti, sia perché non riusciamo a instaurare un rapporto giusto. Però ci proviamo. Voglio dire che il problema c’è e non ci sfugge.

 

Nel frattempo, il mondo Ces è impegnato perché in Italia nasca una legge che tuteli la dicitura “commercio equo e solidale” e permetta di lavorare meglio con le istituzioni locali, sui territori, anche dal punto di vista fiscale.

Infine, anche i marchi di certificazione non dimenticano l’azione politica. Sul caso del prodotto Nestlé certificato Transfair, ci siamo mossi e abbiamo posto il problema a livello europeo, firmando un documento con Assobotteghe e con Agices. Abbiamo posto la questione, finora inascoltata, di darci delle direttive comuni sul rapporto con le multinazionali. Comunque, quello della Nestlé è l’unico caso dove appare il marchio Transfair sul prodotto di una multinazionale».

 

Andrea Reina, presidente Associazione Botteghe del mondo. «Ci prendiamo la responsabilità di aver diffuso la lettera di padre Zanotelli, anche per stimolare momenti di confronto. Questo forum è già un risultato.

Osservo che, se la bottega è ancora un luogo dove si è capaci di far festa, di incontrare le persone, di essere lievito del territorio, allora tutto quello che è stato detto finora viene di conseguenza. Se il volontariato è l’anima della bottega, allora si fa educazione, la gente impara che si può consumare in modo differente e di meno. Se le botteghe sono solo strumenti d’impresa, magari funzionali, salta il legame con il tessuto sociale.

 

Ci sono grandi potenzialità, tanto che alcune botteghe lavorano bene anche con l’Africa: in Ruanda, Madagascar e Kenya. E questo, perché c’è un approccio più attento alle esigenze delle comunità africane e i progetti funzionano. Le botteghe devono fare un salto di qualità, capire qual è la loro specificità, senza perdersi in diatribe interne. Il loro ruolo è forte quando si cercano soluzioni a problemi concreti (nuovi modi di avvicinare il cliente, ricerca di nuovi prodotti). Le botteghe hanno ancora molto da dire e da fare, a patto che imparino a lavorare in rete e a creare rapporti più precisi sul territorio.

Voglio aggiungere un’osservazione sulla nostra base sociale, ampia e in crescita: tante piccole botteghe si associano, qualche grande bottega si dissocia. Chi si allontana afferma di non condividere più il percorso di Assobotteghe o di non aver più tempo per farlo. È un errore: confrontiamoci duramente, ma restiamo uniti».

 

Stefano Martini, direttore sviluppo progetti di Commercio Alternativo. «Il Ces viene declinato in varie forme: dalla grande distribuzione organizzata (Gdo) alla centrale d’importazione, dalla piccola bottega al prodotto Transfair in un supermercato. Noi, pur dell’ala più militante, pensiamo che non ci si debba sottrarre al confronto con la Gdo. Non c’è dubbio che “fare politica” con i supermercati è difficile, però non dobbiamo tirarci indietro. Con Coop abbiamo progetti comuni, che possono generare importanti risorse a vantaggio del Ces.

 

Il Ces dipende da un atto di acquisto che genera le risorse necessarie a far camminare la struttura. Questo contrasta con la sobrietà, che rimane un valore. Di certo, noi spingiamo all’acquisto di cose utili, legate a progetti di solidarietà e a precise realtà produttive.

 

Le Botteghe del mondo sono luoghi di relazione. Però bisogna dare la libertà a ogni bottega di sviluppare un proprio modo di essere. Il volontariato c’è, ma, se impieghi delle persone, devi dar loro delle sicurezze. Non si può fare del precariato una regola.

 

Per l’Africa si fa il possibile. Ma ci muoviamo nei limiti del mercato. Ci stiamo allargando, ma non possiamo dare risposte a tutti. Quanto all’essere spazio economico locale alternativo, sicuramente a Ferrara siamo collegati con molte realtà: crediamo che sia la strada; investiamo, ma ci vuole tempo e bisogna fare i passi giusti per stare in piedi dal punto di vista economico-organizzativo».

 

Diego De Simone, direttivo Assemblea generale italiana del commercio equo e solidale (Agices), che aggrega oltre un centinaio di realtà (la maggior parte botteghe) e dieci importatori.

«Abbiamo messo a punto una procedura, attiva a breve, per la Gdo. Prevede che i soci che hanno rapporti con la Gdo comunichino ad Agices quello che fanno e con quali obiettivi. Non mettiamo paletti, ma vogliamo trasparenza. Siano attenti al ruolo politico del Ces: per essere nostri soci bisogna essere associazione non profit e dimostrare di fare attività di informazione-formazione. Il volontariato è nel nostro statuto. E, comunque, con il lavoro retribuito non è diminuito il volontariato; al contrario: si riesce ad aggregare sempre più volontari, che hanno anche più tempo per elaborare strategie e coinvolgere il territorio».

 

Zanotelli. «È importante guardarsi in faccia e parlarsi. Grazie dei vostri rilievi. Ma insisto. Anche perché la lettera è nata dal confronto con delle botteghe e da ciò che vedo girando l’Italia. Può essere vero che scalfiamo il sistema attraverso l’attività economica. Ciò non toglie che rischiamo di essere assorbiti, di essere un ininfluente fiore all’occhiello. Per me, dalle piccole botteghe, dal basso, contestiamo di più il sistema. E, comunque, ho l’impressione che, se potenziamo il Ces nei supermercati, ci saltano le botteghe... Ripeto: la dimensione politica è meno sentita ed è urgente un maggior impegno sul territorio. Il Ces dovrebbe permettere ai soggetti locali di aggregarsi e di costituirsi come spazio economico alternativo. Esempio: perché non aggregare le cooperative di mons. Bregantini, nella Locride, e aprire una solida bottega da quelle parti?».

 

Dal Fiume. «D’accordo. Frequentiamoci di più. I temi che padre Zanotelli ha toccato sono nostro pane quotidiano da dieci anni.

Riassumendo. Oggi la Gdo distribuisce il 50% dei prodotti Ces. Ma non dipende da un nostro investimento: se li va a prendere direttamente dai produttori o da Transfair, oppure si fa un proprio marchio. Dunque, l’aumento dei prodotti Ces nella Gdo, comunque lo si giudichi, non può essere imputato alla nostra azione diretta. Da anni stiamo discutendo se e come rapportarci alla Gdo: c’è chi ha elaborato dei criteri – cioè, vende alla Gdo solo a certe condizioni –, c’è chi non vende mai, e c’è chi vende sempre.

 

La Gdo venderà sempre di più prodotti Ces. In Emilia Romagna ci sono 800.000 soci Coop che, ogni mese, ricevono a casa pagine e pagine sul Ces. Questi sono i numeri. Se sono bene o male, si vedrà. Noi abbiamo scelto di collaborare. Il fatto che una parte della Gdo abbia preferito la banana Ces a quella Del Monte non sarà la rivoluzione, ma qualche cosa vorrà dire. Non credo che il sistema ci stia mangiando per questo. In Italia le botteghe sono la base del Ces, nel resto d’Europa e nel mondo no. Ctm ha nello statuto l’obbligo di vendere almeno il 51% alle botteghe e, ogni anno, investiamo milioni di euro nella loro promozione. Il governo di Ctm è espresso dalle botteghe del mondo: supportarle significa anche capirne i problemi, i limiti e il tipo di servizi da dare.

 

Non conosco botteghe che non siano comunità e che non facciano attività d’informazione ed educazione. Il Ctm ha una rete di 70 responsabili di educazione, coordinata da 6 persone pagate a tempo parziale. Investiamo soldi e tempo. Ci sono però tante botteghe in difficoltà, che domani rischiano di chiudere o di essere ancora più fragili. Il Ces non necessariamente deve vivere sulle botteghe, e non è escluso che una parte del nostro mondo abbia delle crisi, non solo economiche ma anche di ricambio. La sostenibilità e i fatturati sono un segno di quanto riusciamo a essere pervasivi e a garantirci il futuro».

 

Martini. «La nostra base di lavoro sono le botteghe, da cui generiamo l’80% del nostro fatturato e con cui ci poniamo sempre in una relazione di partnership aperta per sviluppare l’attività. L’ottica locale è fondamentale. Al nord come al sud d’Italia. A Ferrara siamo collegati con associazioni e amministrazioni locali. Se non diamo contributi sui grandi temi politici, forse è perché ci sentiamo un po’ impotenti di fronte a questioni così vaste...».

 

Poletti. «Negli ultimi tre anni l’attività di Transfair è quadruplicata. Il nostro lavoro con la Gdo non penalizza le botteghe, che, in cinque anni, sono passate da 300 a più di 500. Non trovo contraddizione tra il lavorare per far conoscere i prodotti Ces e il lavoro nei territori o la crescita delle botteghe nel sud dell’Italia. Ho qui la lettera che padre Zanotelli scrisse quando decise di uscire dal direttivo di Transfair, il 15 giugno 2001.

 

Citando Serge Latouche, scriveva: “Il pericolo delle iniziative alternative è di chiudersi in una fortezza che ha permesso loro di nascere e di svilupparsi, invece di lavorare alla costruzione e al rafforzamento della mission. Che cosa s’intende per mission? Non un’oasi conviviale nel deserto del mercato mondiale, ma un organismo in crescita che fa arretrare il deserto”. Se noi vogliamo essere quell’organismo, dobbiamo crescere sotto ogni punto di vista. Domando a padre Zanotelli: perché questo è un pericolo?».

 

Zanotelli. «Riteniamo davvero che il Ces stia facendo arretrare il deserto? Si tratta non solo di vendere, ma di diventare soggetti politici e di aggregazione territoriale».

 

Dal Fiume. «Protagonismo politico e sostenibilità economica: così la bottega potrà essere il fertilizzante locale.

Tantissime botteghe fanno i gruppi acquisto solidale, turismo responsabile, finanza etica, e hanno rapporto con le cooperative locali e il Forum sociale. Ma la bottega, oltre un certo livello, fa fatica. Perché? Perché il volontariato è questo; perché, se la bottega non sta in piedi dal punto di vista economico, non si può nemmeno partecipare al resto. Sostenibilità economica significa anche un minimo di professionalità e di capacità organizzativa, oltre che identità politica e sociale».

 

Reina. «Una proposta: confrontiamoci, promoviamo uno studio sulla sostenibilità e rendiamolo disponibile a tutti. Sarebbe un contributo per far crescere le botteghe e per rafforzare il “modello italiano”».

 

 

 

 

Approfondimenti:

 

Così in Italia

 

Il commercio equo e solidale (Ces), realtà non profit, è attivo in Italia da una ventina d’anni. Una ricerca del giugno 2005, condotta dalle Università Cattolica e Bicocca di Milano, riferisce di circa 350 soggetti tra cooperative e associazioni, dei quali una decina sono importatori e il resto Botteghe del mondo. I negozi delle botteghe sono circa 500, mentre i punti vendita di prodotti Ces, compresi distribuzione tradizionale e supermercati, sono oltre 5.000.

 

Il movimento è composto da circa 50.000 persone (intorno ai 250 i dipendenti) e si stima che il fatturato annuo, assicurato in parte maggiore dalle botteghe, sia di poco inferiore ai 100 milioni di euro.

 

Il Ces ha rapporti diretti con centinaia di organizzazioni di contadini e artigiani in America Latina, Asia e Africa. Ha come riferimento le piccole comunità, alle quali garantisce accesso al mercato per i loro prodotti, accesso al credito, sviluppo locale e servizi, costante scambio di competenze. Per saperne di più, carta dei criteri sul sito di Agices.

 

 

 

 

 

 

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